Le corse francesi e la fuga da “Alcatraz”

L’isola di Alcatraz è situata nella baia di San Francisco ed è diventata famosa perché era la sede di un carcere di massima sicurezza. Venivano destinati ad Alcatraz i detenuti estremamente pericolosi o quelli che avevano già tentato la fuga da altre prigioni.

Alcatraz ha dato il nome a molti alberghi e locali notturni e ispirato diversi film. Mentre Beppe Gabbiani, ex pilota di F1 (e non solo) mi raccontava una sua storia, mi veniva in mente proprio il famoso film degli anni ’70, “Fuga da Alcatraz”, che ebbe per protagonista Clint Eastwood nella parte di un detenuto che insieme a due compagni riusciva ad evadere dalla prigione invulnerabile… Quando Beppe Gabbiani correva, in Francia esistevano molti circuiti. Nella regione dell’Alta Normandia, esisteva il circuito semipermanente di Rouen. Tra il 1952 e il 1968 ospitò cinque edizioni del Gran Premio di Francia validi per il campionato mondiale di Formula 1, oltre ad alcune gare valide per il motomondiale.

Inaugurato nel 1950, era stato costruito sulla base di un tracciato più corto, esistente ancor prima della seconda guerra mondiale.

Era sito nei pressi del villaggio Les-Essarts, a sud-ovest di Rouen. Era molto veloce e impegnativo ed era considerato più o meno come quello di Spa-Francorchamps. La parte più temuta del circuito era il tratto in discesa dopo la linea del traguardo che conduceva ad una curva veloce, la Six Freres, che metteva a dura prova il coraggio dei piloti. Pochi riuscivano ad affrontarla senza sollevare il piede dall’acceleratore. Dan Gurney fu l’unico a vincere a Rouen due gran premi. Nel 1968 vinceva Jacky Ickx con la Ferrari 312, la prima monoposto di F1 dotata di iposostentatore, così veniva chiamato l’alettone. Durante i primi giri di quella corsa, il francese Jo Schlesser perse la vita, schiantandosi proprio alla Six Freres con la sua Honda, che in seguito all’impatto prese fuoco come una balla di paglia inzuppata di benzina. Dopo il fatale incidente, la Formula 1 abbandonò il circuito, considerandolo troppo veloce e pericoloso. In mezzo alla Six Freres costruirono una chicane.

Tra gli iscritti al Gran premio di Rouen del 1978, ricordo (senza voler fare torto a nessuno) Bruno Giacomelli, Piercarlo Ghinzani, Elio De Angelis, Beppe Gabbiani, Gianfranco Brancatelli, Eddie Cheever, Piero Necchi, Jean-Pierre Jarier, Derek Daly, Manfred Winkelhock, Keijo Rosberg (detto “Keke”) e Giacomo Agostini, ex plurititolato campione delle due ruote in vena di volersi cimentare, come altri suoi predecessori, sulle quattro ruote. Nel ’78 Agostini era compagno di squadra di Gabbiani nella Trivellato Racing Team, che utilizzava un telaio Chevron B42. Beppe si divertiva molto. Contava sulla sua capacità di domare la vettura e sulla grande voglia di gareggiare e primeggiare. Forse per questi motivi era un po’ svogliato a mettersi a punto il mezzo. Sapeva inanellare serie di giri straordinari, ma appena accusava un calo di concentrazione, difficile da mantenere, commetteva qualche errore, a volte irreparabile. Beppe aveva tanti amici tra i suoi colleghi, non solo connazionali. Non si sentiva inferiore a nessuno e non ha mai considerato tale ipotesi. Stimava molto Patrese, De Angelis, Fullerton, Goldstein, Mombelli, Prost e Rovelli. Il suo riferimento era Piero Necchi.

Qualche anno fa, in una manifestazione di vetture storiche da grand prix, riconoscevo Beppe Gabbiani osservandone il casco (che bei tempi quelli in cui il casco identificava il pilota…) proprio mentre si apprestava ad entrare in pista. Era alla guida della Lancia Marino, formula 1 del ’54 costruita in unico esemplare dal modenese Marino Brandoli. Con quella vettura, Brandoli aveva partecipato al Gran Premio Napoli del ’57. Partito in quinta fila, si era ritirato al 10° giro per problemi di surriscaldamento.

Beppe aveva il privilegio di condurla. E’ incuriosito da certe auto perchè vuole capire, quanto meno farsi un’idea, di come correvano i piloti dell’epoca. In questi casi, mette l’adrenalina in disparte e inserisce mentalmente una mappatura “box”, ritenendo che, in queste esibizioni, l’agonismo sia fuori luogo. Gabbiani conserva una buona dose di entusiasmo e un pizzico di sana follia. Lo chiamano anche “Cavallo Pazzo”, da quando Enzo Ferrari, che aveva seguito una gara di Formula 3 a Varano de’ Melegari, dichiarava in un’intervista che i kartisti erano matti, particolarmente “il piacentino”, riferendosi chiaramente a lui. Belle donne, sigarette e vino buono, unito ad un bel caratterino, facevano di Beppe Gabbiani una sorta di James Hunt all’italiana.

Alcuni giorni fa, partecipando ad un incontro tra appassionati in cui l’ospite d’onore era Fabiano Vandone, affioravano molti ricordi del passato. Veniva citato anche Elio de Angelis. Il pilota gentlemen romano viene spesso ricordato per aver donato la vita alla causa dell’infinita passione che nutriva per le corse. Si feriva gravemente mentre cercava di migliorare, sul circuito Paul Ricard, l’avveniristica Brabham BT55, soprannominata “sogliola”, tanto era bassa. Gabbiani e De Angelis erano amici. Così, alla prima occasione, ho chiesto a Beppe di raccontarmi anche qualcosa di Elio. Mi ha parlato dei giorni trascorsi insieme a lui ed altri piloti in giro per le piste europee. Ricordava i tempi in cui entrambi gareggiavano in Formula 2 e in Formula 3. Nel 1978 avevano gareggiato a Rouen, in occasione della settima prova del campionato europeo. Elio correva per la Scuderia Everest di Giancarlo Minardi, Beppe per la Trivellato Racing. Con le loro Chevron-Ferrari non ottenevano un buon risultato. Invece, l’anno precedente, entrambi correvano nel campionato europeo di F.3.

Spostandosi da un circuito all’altro, alloggiavano in alberghi siti nei pressi degli impianti. Quando si recarono sul piccolo circuito francese di Croix-en-Ternois, dove si sarebbe svolta la nona prova del campionato europeo del 1977, Beppe ed Elio presero una camera sita al secondo piano di un piccolo hotel poco distante. Li accompagnava Giulio Pernigotti, ex campione di kart originario di Voghera. Elio aveva diciannove anni e Beppe venti. Gabbiani era cresciuto con Pernigotti. Quando si recavano sui circuiti che il ragazzo non conosceva, gli diceva duro: “Ti piace la pista? No?! Poco importa, tanto la gara è qui!” Così Beppe, che ama il circuito di Spa-Francorchamps, imparava a farsi piacere ogni pista.

La sera prima della gara a Croix-en-Ternois, dopo cena, Giulio Pernigotti accompagnò in camera i due giovani piloti. “Bene, dovete riposarvi perché domani sarà una giornata impegnativa”, disse loro. Quindi uscì dalla stanza e, dopo aver chiuso la porta a chiave, si allontanò. Beppe ed Elio si guardarono in faccia, sbigottiti.

In un attimo si ritrovarono nei panni di due detenuti. Quasi rassegnati, si misero a fumare una sigaretta. “Fumavo sigarette e impazzivo per le belle ragazze. Non disdegnavo mai un buon bicchiere di vino” – precisa Beppe – “Elio, invece, era un ragazzo tranquillo, composto: beveva coca cola, mai alcolici, ogni tanto accendeva una sigaretta. Ero spensierato ed avevo una gran voglia di divertirmi, di incontrare delle ragazze. Quella sera faceva caldo come a ferragosto. Non potevo sopportare l’idea di restare chiuso in quella camera d’albergo per tutta la notte”.

“La camera aveva un terrazzino e ci recammo lì per fumare gli ultimi tiri di sigaretta. Ci accorgemmo che, a circa un metro dal terrazzino, c’era la scala esterna di sicurezza. Pernigotti ci aveva chiusi dentro ma non si era accorto della scala esterna”. Con lo spirito che anima due giovani e rende complici due “reclusi”, scesero giù dalla scala. Elio aveva una macchina a disposizione, la mise in moto e si allontanarono per ignota destinazione. Avrebbero fatto ritorno in camera risalendo la scala esterna senza far rumore, per non svegliare il buon Pernigotti che dormiva sonni tranquilli credendoli sotto chiave. “Non c’era quasi nulla nei dintorni di Croix-en-Ternois, un paesino a Nord della Francia con poche centinaia di abitanti, dove alle sette di sera non c’è più anima in giro”.

“Ci recammo in un bar, poi in un altro locale, alla ricerca di ragazze e di un nuovo pacchetto di sigarette. Elio sorseggiava coca cola fresca mentre bevevo un bicchiere di vino. A notte fonda non avevamo ancora incontrato una ragazza ed allora cercammo un nigth club. Ne trovammo uno in un paese non troppo distante ed entrammo nel locale. Era strano vedere due giovani come noi in un ambiente del genere. Lì, purtroppo, la donna più giovane era prossima ai cinquant’anni e nei vari tavolini erano seduti clienti attempati. Dopo una prima consumazione, mi allontanai da Elio per dirigermi di nuovo al bancone del bar. In attesa di essere servito, mi guardai intorno: in un tavolino lì vicino erano seduti Pernigotti con alcuni meccanici.

‘Ma guarda un po’ ‘sti due delinquenti!’ esclamò Pernigotti in dialetto vogherese. Però non si arrabbiò e la prendemmo a ridere. Il giorno dopo io ed Elio vincemmo le due manches. Andavamo veramente forte. Elio, con la sua Ralt fece segnare il giro più veloce, ma ebbe un problema e non finì la gara. Io, con la Chevron B38-Toyota arrivai secondo dietro Derek Daly e davanti a Nelson Piquet”.Sulla via del ritorno, con Croix-en-Ternois lontana alle loro spalle, il pensiero andava già alla prossima gara, di campionato italiano, a Misano Adriatico.

© 2014 Formula Passion • Di Enzo Frangione • Published for entertainment and educational purposes, no copyright infringement is intended.

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